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Patris Corde

ESTRATTO DELLA LETTERA PASTORALE "PATRIS CORDE" DI PAPA FRANCESCO SULLA FIGURA DI SAN GIUSEPPE

Patris Corde… Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli «il figlio di Giuseppe».20180821 19 03 2018

I due Evangelisti che hanno posto in rilievo la sua figura, Matteo e Luca, raccontano poco, ma a sufficienza per far capire che tipo di padre egli fosse e la missione affidatagli dalla Provvidenza.

Sappiamo che egli era un umile falegname (cfr Mt 13,55), promesso sposo di Maria (cfr Mt 1,18; Lc 1,27); un «uomo giusto» (Mt 1,19), sempre pronto a eseguire la volontà di Dio manifestata nella sua Legge (cfr Lc 2,22.27.39) e mediante ben quattro sogni (cfr Mt 1,20; 2,13.19.22). Dopo un lungo e faticoso viaggio da Nazaret a Betlemme, vide nascere il Messia in una stalla, perché altrove «non c’era posto per loro» (Lc 2,7). Fu testimone dell’adorazione dei pastori (cfr Lc 2,8-20) e dei Magi (cfr Mt 2,1-12), che rappresentavano rispettivamente il popolo d’Israele e i popoli pagani.

Ebbe il coraggio di assumere la paternità legale di Gesù, a cui impose il nome rivelato dall’Angelo: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Come è noto, dare un nome a una persona o a una cosa presso i popoli antichi significava conseguirne l’appartenenza, come fece Adamo nel racconto della Genesi (cfr 2,19-20).

Pertanto, al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica  fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, vorrei – come dice Gesù – che “la bocca esprimesse ciò che nel cuore sovrabbonda” (cfr Mt 12,34), per condividere con voi alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi. Tale desiderio è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show  ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine.

  1. 1. Giuseppe Padre amato

La grandezza di San Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, «si pose al servizio dell’intero disegno salvifico», come afferma San Giovanni Crisostomo.

San Paolo VI osserva che la sua paternità si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa».

  1. 2. Giuseppe Padre nella tenerezza

Giuseppe vide crescere Gesù giorno dopo giorno «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Come il Signore fece con Israele, così egli “gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare” (cfr Os 11,3-4).

Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono» (Sal 103,13).

Giuseppe avrà sentito certamente riecheggiare nella sinagoga, durante la preghiera dei Salmi, che il Dio d’Israele è un Dio di tenerezza,[11] che è buono verso tutti e «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

  1. 3. Giuseppe Padre nell’obbedienza

Analogamente a ciò che Dio ha fatto con Maria, quando le ha manifestato il suo piano di salvezza, così anche a Giuseppe ha rivelato i suoi disegni; e lo ha fatto tramite i sogni, che nella Bibbia, come presso tutti i popoli antichi, venivano considerati come uno dei mezzi con i quali Dio manifesta la sua volontà.

In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani.

Giuseppe, nel suo ruolo di capo famiglia, insegnò a Gesù ad essere sottomesso ai genitori (cfr Lc 2,51), secondo il comandamento di Dio (cfr Es 20,12).

Da tutte queste vicende risulta che Giuseppe «è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza».

 

  1. 4. Giuseppe Padre nell’accoglienza

Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida delle parole dell’Angelo. «La nobiltà del suo cuore gli fa subordinare alla carità quanto ha imparato per legge; e oggi, in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente, Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato che, pur non possedendo tutte le informazioni, si decide per la reputazione, la dignità e la vita di Maria. E nel suo dubbio su come agire nel modo migliore, Dio lo ha aiutato a scegliere illuminando il suo giudizio».

La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.

  1. 5. Giuseppe Padre dal coraggio creativo

Il Vangelo non dà informazioni riguardo al tempo in cui Maria e Giuseppe e il Bambino rimasero in Egitto. Certamente però avranno dovuto mangiare, trovare una casa, un lavoro. Non ci vuole molta immaginazione per colmare il silenzio del Vangelo a questo proposito. La santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle sventure e dalla fame. In questo senso, credo che San Giuseppe sia davvero uno speciale patrono per tutti coloro che devono lasciare la loro terra a causa delle guerre, dell’odio, della persecuzione e della miseria.

  1. 6. Giuseppe Padre lavoratore

San Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro.

In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.

La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità.

  1. 7. Giuseppe Padre nell’ombra

Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.

Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.

La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio.

Lo scopo di questa Lettera Apostolica è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio.

 

Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.

O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.

SIMEONE, UN VECCHIO DAL CUORE GIOVANE

 

dal Vangelo di Luca    

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore
25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 

 Simeone

Simeone, un vecchio che con pazienza attende la consolazione d’Israele, è una delle figure più luminose della Bibbia. Simeone uomo giusto e pio; questa testimonianza non viene resa dagli uomini, ma da Dio stesso a mezzo della sua Parola. La vita, i sentimenti di Simeone si trovano sul piano della volontà di Dio, egli vive sotto l’azione dello Spirito Simeone è uomo giusto in conseguenza della sua spiritualità, ma la sua spiritualità non consiste nella sua giustizia, nella correttezza di intenti. La giustizia di Simeone è la spiritualità, radice della sua vita: egli è giusto perché si lascia guidare dallo Spirito, si mette in ascolto dello Spirito. Simeone trascorre il suo tempo all’ombra della casa di Dio. La sua gioia non è  riposta nel mondo, ma nel sostare ogni giorno alla presenza di Dio. È l’esempio vivente di una vita vissuta nell’adorazione e nella comunione con Dio. Simeone è un esempio di speranza, infatti, aspetta la consolazione d’Israele, cioè vive una vita di speranza dettata dalla Promessa. I suoi occhi spenti dalla vecchiaia  sono volti verso l’adempimento della promessa di Dio e la sua attesa è solidamente ancorata alla manifestazione del Cristo che il mondo attende. Simeone, un vecchio dal cuore giovane, capace di cogliere la presenza della Luce. “Venne nel mondo la Luce

vera, quella che illumina ogni uomo…” (Gv 1,9) e Simeone è proprio quest’uomo che si lascia illuminare da questa Luce.

27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

 

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli:
32luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

 

Sulla soglia del tempio s’incontrano tre generazioni: Simeone, la generazione che rappresenta il passato e che vive nell’attesa della promessa; Maria e Giuseppe, la generazione che custodisce il presente, la promessa incarnata; Gesù Cristo, l’adempimento della promessa. Simeone rappresenta l’Antico Testamento, che accoglie e abbraccia il compimento della Promessa fatta ai padri. L’attesa è terminata, “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt 2, 11); simbolicamente, in questo gesto,  è rappresentata anche tutta l’umanità segnata dall’usura del tempo e del  peccato. “È la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l'eterna giovinezza di Dio”. (Ronchi). Tutta una vita vissuta tutta nell’attesa e quando calano le forze il suo cuore non è rassegnato, ma attende e attende il compiersi della promessa fatta dallo Spirito.

Tra i tanti bambini portati al tempo per essere offerti al Signore, riconosce il bambino Gesù, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16,17). Le parole rivolte a Giuseppe e Maria non sono solo una profezia ma una vera è propria rivelazione:

34Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori.

 

“Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrità, il disamore e le idee false di Dio” (Ronchi).

 

L’attesa di Simeone ci insegna ad essere un’umanità fatta di ascolto e comprensione del cuore,  solo con questi atteggiamenti possiamo riconoscere il Signore nel momento in cui viene a visitarci nelle vesti di una umanità ignorata o scartata dove non avremmo mai immaginato di incontrarlo.

05.01.2014 Omelia del Vescovo mons. Giovanni Tani

 

omelia vescovo Stiamo ormai concludendo le feste del Natale, vedo qui in chiesa i segni di una bella festa che avete vissuto. Questo presepio con queste preghiere, l’altare, Gesù Bambino. Tutto questo mi dà idea che avete vissuto un bel Natale e che vi siete ritrovati attorno all’altare per lodare il Signore.

 

Avete sentito che anche oggi ci è stato ripresentato il Vangelo che era stato detto il giorno di Natale.. in principio era il Verbo… veramente questo Vangelo poi era stato detto ancora l’ultimo giorno dell’anno quindi, in pochi giorni, è riproposto tre volte perché è un Vangelo così importante che ci dà il significato di quello che abbiamo vissuto.

 

Si sente dire, qualche volta, che finite le feste si riprende la propria vita quotidiana, si riprende il ritmo di sempre e si va avanti. A me sembra un pò poco dire così.  Finite le feste, io direi, bisogna far vedere che abbiamo proprio fatto festa. Finite le feste dobbiamo chiederci: adesso che abbiamo contemplato, lodato, adorato il Signore che è venuto in mezzo a noi… e noi? Per lo meno dovremmo trovarci con un amore più grande verso il Signore perché questo è uno degli obiettivi della nostra vita. Il tempo passa, gli anni passano, chi ha fede non dovrebbe trovarsi sempre uguale, ma dovrebbe trovarsi in un amore sempre più forte verso il Signore, sempre più convinto, sempre più gioioso, sempre più forte nella testimonianza. Abbiamo sentito dalla prima lettura che canta la Sapienza. La Sapienza evidentemente è personificata in Gesù. Però la Sapienza è questa saggezza che viene da Dio, che è addirittura la seconda persona della SS. Trinità, questa saggezza che ha avuto dal Padre l’ordine di piantare la tenda in mezzo al suo popolo; ci ritornano le parole del Vangelo che abbiamo appena ascoltato:  il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

 

Allora il cristiano è chiamato a vivere con questa saggezza, con questa sapienza, con questo modo di vedere la vita, con questa luce nuova che si chiama luce della fede, che non è uguale a quella degli altri, mi dispiace, non è uguale. Non è uguale perché il dono di Dio è così forte da darci una capacità nuova di considerare le cose, la vita, il lavoro, l’amore, la famiglia, i rapporti, i problemi, la vita, la morte… viene guardato tutto in maniera diversa, c’è una saggezza diversa, c’è un modo diverso ed è il modo che Gesù è venuto a portarci, il modo che Gesù è venuto a comunicarci. Allora celebrare il Natale, celebrare la Pasqua vuol dire entrare sempre di più in questa sapienza, in questa saggezza e andare avanti. La vita della Parrocchia riprenderà il suo ritmo normale: la domenica, la settimana, il catechismo, gli incontri…. per potere entrare sempre di più in questo modo nuovo di vivere e di considerare la nostra vita.

 

Noi non abbiamo fatto semplicemente un ricordo, avvenuto 2013 anni fa, come si ricordano i fatti storici del passato, noi non abbiamo fatto questo. Se fosse stato questo, sarebbe andato bene un bel documentario alla televisione che avrebbe spiegato per bene le cose, come sono accadute e avremmo imparato anche qualcosa in più. Noi abbiamo celebrato, cioè è avvenuto proprio in mezzo a noi, il fatto di Gesù che si è incarnato. Cosa vuol dire? Che la grazia che Gesù ci vuole portare, che ha portato allora e che porta sempre, ci è stata data e noi viviamo della sua vita, della grazia.

 

Nella  seconda lettura, dice san Paolo, che voi possiate conoscere a quale sapienza, a quale saggezza il Signore vi ha chiamati, che voi possiate essere forti, orgogliosi, gioiosi di essere cristiani. Siamo gioiosi di essere cristiani? Non dobbiamo essere pieni di pretese nei confronti degli altri, ma dobbiamo essere gioiosi, essere umilmente gioiosi. Che bello! Abbiamo ricevuto un grande dono noi, è Dio che è venuto. Tu non ci credi, tu pensi che la vita sia un’altra cosa, sia da vivere in un’altra maniera, però io ho avuto questo dono della fede e sono contento e, se posso, te lo testimonio.  È proprio un gran fortuna essere cristiani, è la fortuna della vita. Uno può vincere tante cose nella vita, ma se non ha la fede che gli fa da luce: da dove viene, fino a dove è chiamato ad arrivare….. a che cosa serve?! Il problema è proprio questo: saper dare risposte alla nostra vita. Io sono qui, il Signore mi ha chiamato qui, mi ha dato un compito, una missione, la voglio svolgere per portare il mio contributo nel mondo e vado a avanti… e gli anni che passano mi portano sempre più vicino al Signore. E la fine non sarà una fine, ma sarà una Pasqua, un passaggio, un andare verso una contemplazione più piena del dono che noi riceviamo.

 

Ecco allora questa domenica è dominata da una domanda: vi siete resi conto di che cosa è successo a Natale? Avete capito che cosa avete celebrato? Siete contenti? C’è qualcuno che dice: non vedo l’ora che finiscano le feste e si ritorni alla vita normale. Anche questo può essere un pensiero legittimo, ma come dicevo prima, non dovremmo trovarci uguali a prima di Natale, ma dovremmo trovarci più pieni e più desiderosi di amare il Signore, di farlo amare, di testimoniarlo più convinti. Ecco noi chiediamo al Signore di farci questa grazia: che nel tempo che passa, nelle feste grandi che viviamo, nelle domeniche che celebriamo, noi non siamo sempre uguali ma cresciamo e diventiamo sempre più suoi amici, lo amiamo sempre di più e lo facciamo amare anche agli altri. La festa di domani è Epifania e significa la manifestazione del Signore.. a chi? Non a noi che siamo dentro, perché questo è accaduto a Natale, ma a quelli che sono fuori, ai molto lontani. I Magi vengono da lontanissimo guidati da una stella. Ci sono molte persone lontane dal Signore, che il Signore possa raggiungere anche loro, però stelle dobbiamo esserlo  anche noi, per guidarle verso Signore.

"Ai piedi di Cristo quella donna siamo noi" di sr Maria Gloria Riva

 

Non siamo così lontani, noi, dalla visione della croce che ebbe Dalì negli anni in cui, tormentato dalla scissione dell'atomo che aveva provocato la bomba atomica, dipinse il Corpus Hypercubus, Nell'opera domina il quattro, numero della violenza dell'uomo: quattro come squartare, come fare in quattro, come dirne quattro; quattro come le latitudini che segnano l'orientamento umano: nord sud est ovest. La croce, su cui Cristo sta, è infatti costituita da otto cubi: il quadrato elevato a potenza. Il Cristo di Dalì si staglia dunque, immacolato e perfetto, contro un cielo scuro e un'improbabile croce cubiforme. Quel corpo perfetto e senza tracce di sangue colpisce e affascina, tanto da non poter distogliere da esso lo sguardo. Da ciò che del volto di Cristo s'intravede si nota chiaramente anche l'assenza della barba. Quello di Dalì è un Cristo imberbe, bellissimo e glorioso, eppure sacrificato come testimonia - senza equivoci - lo spasmo delle mani e la posizione del capo. Cristo è l'ultimo Adamo e ci riporta in quel giardino in cui si giocò la prima partita con la morte. Un appuntamento che ancora ci offre la storia. Siamo anche noi tutti in quel giardino, con le nostre domande sull'origine e la fine dell'uomo, sul cosiddetto orientamento sessuale. Siamo lì come la donna vestita di seta di Dalì.

Cristo è, dunque su una croce cubiforme: immagine che inquieta perché esaspera la sospensione del corpo di Cristo tra cielo e terra. Su quella Croce, Gesù non ha requie, non può neppure riposare nel sonno della morte: egli è vivo e agonizzante. Come non rammentare qui la famosa espressione di Pascal: Cristo è in agonia fino alla fine del mondo!

La Croce dipinta da Dalì racchiude la somma del dolore del mondo, la somma della malvagità umana, il peso della materia che si ribella alla volontà del suo Creatore. Questo carico di dolore e di peccato è l'altare su cui Cristo s'immola. È quella croce che instancabilmente Papa Francesco annuncia a un mondo che continua a esorcizzare il dolore. E noi siamo lì, sotto, vestiti a festa davanti a un irreale pavimento a scacchi che indica il perpetuarsi appunto, nei secoli, l'ombra di quel dolore. La scena è drammaticamente vuota e la donna appare ancora più elegante contro la nudità del Crocifisso. I colori degli abiti della donna richiamano i colorì della scena: l'ocra della croce, l'argento della pavimentazione a scacchi, il blu del mare. La veste più nascosta, quindi più vicina alla sua carne è il blu - che richiamando il mare simbolo del male - rimanda alla fragilità umana, al peccato. Il drappo ocra dice l'identificazione della donna con il Crocifisso che contempla. Il manto argenteo, che più delle altre vesti riflette la luce, dice la divinità. Qualcuno vede in questa figura la Madonna, altri, la Maddalena. Certamente è il ritratto di Gala, amata moglie di Dalì e musa ispiratrice delle sue opere.

A me piace vedere in quella donna la Chiesa, cioè noi, continuamente in lotta con la misura della croce, chiamati a sconfiggere le nostre fragilità grazie al lavacro di quel sangue redentore. Noi, chiamati a brillare di una luce che non ci appartiene, ma che riceviamo dalla contemplazione del Crocifisso. Noi che viviamo sempre lo scarto tra un mondo affondato nel buio delle sue strettoie ideologiche - come la scacchiera che sta sotto la croce di Cristo - e lo splendore della verità che riverbera dal Crocifisso. Mi sembra che la Pasqua ci stia sorprendendo così: pieni di speranza, consapevoli che il male non è ancora sconfitto del tutto, ma presaghi di quei bagliori di luce che già si vedono all'orizzonte. La nobildonna che contempla il crocifisso si è fermata al quarto gesto nel suo segno di croce: manca sentire qualcuno all'appello, prima che si compia l'Amen. Mancherà certo qualcuno alla mensa dì questa Pasqua, ma noi dobbiamo comunque compiere quel gesto fino in fondo e stare davanti a Dio, nella fedeltà, per tutti.

Auguri

GLI AUGURI DELL'ARCIVESCOVO ALLA DIOCESI
 
 
 
 
Carissime/Carissimi,

Natale è un invito! I pastori, nella notte, sentirono dall’angelo l’annuncio: "È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore!" (Lc 2,11,12). Essi subito decisero di andare a... vedere "questo avvenimento" (Lc 2,15). I Magi erano molto più lontani, a loro l'invito arrivò tramite la stella e si misero in viaggio per un cammino molto più lungo (Mt 2,1-2). Per noi oggi succede qualcosa di simile: possiamo sentirci “vicini” o “lontani” dal Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ma in ogni caso ci raggiunge l’invito a metterci in movimento, a uscire da noi stessi, per vedere, per adorare Colui che ci viene annunciato.

Incontrarlo, ammirarlo, ascoltarlo, parlargli. Proviamo a fermarci in silenzio e guardalo. Dentro di noi prenderà posto qualcosa che sentiremo come pace, gioia, speranza, fiducia, forza, vita...

Davanti a Lui, ci sarà detto: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Un invito ad aprire il cuore, intuendo che qui c’è una grande verità da amare. E ci sentiremo toccati dentro da qualcosa di nuovo.

Carissimi, cosa vi auguro? Di accettare l'invito, di muovervi verso il Bambino, di andare da Lui. La fede non è uno stare fermi. La fede è un cammino, è una storia. È un muoverci verso di Lui. Lo incontriamo nella Chiesa, nell’Eucaristia, ci parla col Vangelo, ci viene incontro nei fratelli... “Tocchiamo la carne di Gesù!”, ci ripete Papa Francesco, e indica i poveri, gli ammalati. Allora sperimenteremo che Natale è oggi; che l’invito è reale, che la festa c’è.

E la crisi, le famiglie in difficoltà, la mancanza del lavoro, i poveri e i nuovi poveri? Questi problemi possono fermare la festa? No, ma la rendono più vera. I protagonisti del Natale non sono ricchi, infatti “per loro non c’era posto nell’albergo” e il Neonato fu posto “in una mangiatoia”. Vicinanza, solidarietà, comunione, aiuto reciproco, accoglienza… sono parole che descrivono il Natale vero. Se accogliamo l’invito a partecipare a questa festa, ci sentiremo invitati ad uscire dalle nostre chiusure e dai nostri egoismi, e dalle nostre paure.

L’augurio che ci facciamo è di accogliere l’invito del Natale e di muoverci per incontrare il Signore, e così cambiare la nostra vita. Buon Natale e Buon 2014!