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IV Domenica del Tempo Ordinario 

 

In Deuteronomio 18 tra le maggiori istituzioni di Israele compare il profeta che è per eccellenza l'uomo della Parola, il portavoce di Dio. La tradizione giudeo-cristiana riferirà questi lineamenti al Messia. Siamo così introdotti al Vangelo nella giornata tipo di Gesù: di Shabbath, nella sinagoga, sta insegnando con autorità una dottrina nuova. Lo stupore circostante nasce dal fatto che lo stile rabbinico aveva il carattere di una fedele custodia e trasmissione della Torà, senza apporti originali o personali, questo ne garantiva l'integrità. L'insegnamento di Gesù colpisce per la sua autorità, non perché spezzi questa tradizione; infatti qui c'è molto più del rabbì o dello scriba, c'è la Parola in persona, il solo Maestro, compimento di tutta la Torà; la sua dottrina è nuova nel senso originario ed efficace della parola divina che è viva, dice e fa. Questa "spada a doppio taglio" penetra nel punto di divisione provocato dal peccato e svela l'azione del maligno che, davanti al Santo di Dio, reagisce apertamente. Gli astanti sono presi da timore, meravigliati di fronte a questa potenza che non conoscono e che è riconosciuta dal regno del male. Gesù non deve usare formule esorcistiche, non è un confronto tra due forze antagoniste, ma è l'inizio della fine, "sei venuto a rovinarci". Il Signore del Sabato viene nella sua casa, a riprendersi la sua preziosa proprietà, l'uomo nella sua integrità, creato libero "per essere unito al Signore senza distrazioni" (2° lettura). Lo spirito immondo attenta al segreto messianico "io so chi tu sei, il Santo di Dio", ma questa non è vera confessione, solo un grido disperato che verrà messo a tacere dalla stessa signoria di Gesù operante nella sua parola: "Taci. Esci". La vera conoscenza di Gesù non sta nei miracoli e neppure nella grande professione di Pietro che segnerà solo la metà del Vangelo e del nostro cammino, la conoscenza di Lui si avvera sotto la croce nel mistero pasquale dove il Messia si rivelerà come Servo sofferente e Salvatore.